Racconti di vendemmia

Cenai con un piccolo pezzo di focaccia,
ma bevvi avidamente un’anfora di vino;
ora l’amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla.

Anacreonte

Da quando ho iniziato questa mia “nuova vita” da sommelier e foodblogger, non c’è giorno in cui non mi chieda l’origine di questo amore. Sono fatta così: mi innamoro delle cose, entro nelle emozioni totalmente, mi lascio travolgere. Giustamente o non giustamente, ma tanto non me lo chiedo: mi basta vivere una cena, conoscere un’azienda famigliare, mi è sufficiente entrare nella storia di una famiglia per vivere quel senso di felicità travolgente che deriva dall’entusiasmo per il proprio lavoro. Perché, come amo ricordare sempre, entusiasmo è “Dio dentro”.

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Amo il vino perché sento in esso la fatica dell’uomo mescolata ai miracoli della terra. Amo descriverlo perché ho la sensazione che, raccontandolo, quelle mani che l’hanno lavorato e quel sole che l’ha baciato possano rivivere non una ma mille volte. Amo condividerlo, parlarne, portarlo in giro in tutte le cose che faccio: perché veder sorridere le persone è lo specchio più limpido e sincero degli enormi sacrifici della vigna.

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Non avevo mai vendemmiato, fino a quando i miei amici dell’AZIENDA VITIVINICOLA STEFANO ROSSOTTO me l’hanno proposto. Eccomi qui, nella loro Cinzano, tra i loro filari, con quei raggi settembrini penetranti fin dalle prime luci del mattino. Un cielo pronto ad aprirsi, trattori stanchi ma rombanti, quelle foglie che cambiano colore ad ogni minimo cambio di luce. Potrei fermarmi a guardare queste foglie per ore. E dire che sono appena arrivata: la squadra dei Rossotto è in vigna dalle 7, io me la sono presa comoda, arrivo per le dieci con una teglia di salatini homemade bella calda. Ma per quelli dobbiamo attendere il pranzo.

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Percorro il sentiero che mi porta in vigna, ho idea di vivere un giorno di silenzio e lavoro duro, e invece mi ritrovo catapultata in una dimensione in cui i più piccoli dettagli producono un rumore che mi coccola e ammalia. Mi piacciono i rumori della vigna: come se l’uva stesse aspettando, fremente, come se le foglie scherzassero e i tralci sorridessero con energia. La vigna non è silenzio, è energia, è poesia allo stato puro, perché è natura, e la natura è poesia nella sua forma più autentica, atavica, genuina.

Inizio a vedere da lontano il trattore blu, blu e baciato da quel sole caldo. E le foglie accanto che gli danno forza. La fatica si tocca con mano, la terra suda la fatica di questa squadra di nove persone che scherzano come se fossero tutte intorno al fuoco a godersi la grigliata. La fatica non è sinonimo di tristezza, ma di entusiasmo e gioia vera: me lo dimostra papà Stefano, che questa mattina è ai fornelli per prepararci il pranzo più confortevole del mondo; me lo dimostrano i figli Federico e Matteo, un concentrato di amore per il proprio lavoro, un esempio per tutti i giovani che non sanno dove andare a parare: venite in vigna un giorno e potrete toccare con mano la passione di chi crede totalmente in quello che sta facendo. Me lo dimostra lo zio Livio: esperto nella legatura della vigna con il vimini, sembra silenzioso, ma poi iniziamo a parlare e mi fa volare il tempo. Scopro che chiacchierare in vigna rilassa e diverte: qui sono in famiglia.

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Ma tra i filari ci sono ancora loro: gli amici Guido, che io chiamo il signor Guido perché mi sembra un personaggio d’altri tempi: canticchia in piemontese e io non capisco nulla, mi insegna che è per dire all’animale da soma “Fermati”, Cavagna è la cesta per raccogliere l’uva, Taragna sono i filari (comodo eh? Come la polenta!) e un’infinità di altri termini che cerco di memorizzare mentre, per la prima volta, imparo a usare le mie belle cesoie. Gabriele, Alberto, Domenico, Antonio e Angelo (Angelo, che qui tutti chiamano per cognome, Palomino, che però è anche il vitigno utilizzato nella produzione dello Sherry. Mica si scherza!) completano la squadra: in un attimo ci si ritrova in confidenza, e allora mi dico che forse le relazioni umane non hanno solo bisogno di tempo per svilupparsi, ma anche di un contorno genuino e autentico per potersi manifestare pienamente. La vigna predispone alla confidenza veloce, a maturare quel senso di socievolezza profonda così raro e sincero: forse quando diciamo che un vino è sincero, pensiamo proprio a questo.

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Il mio sguardo si posa di nuovo sulla luce che abbraccia le foglie: timida alle 11, più sfrontata adesso che stiamo per pranzare, accesa alle 16, decadente alle 18 quando il tramonto è alle porte. Mi assaporo le linguine al ragù e un arrosto con i peperoni che da oggi è entrato nella top 10 dei miei piatti preferiti; mi assaporo tutto il mondo che c’è dietro: la Freisa vivace dei Rossotto, la Barbera di zio Livio che sorride quando io la definisco “importante”, mi assaporo i silenzi tra un piatto e l’altro, quel rumore dello stare insieme intorno a un tavolo, quella gioia data dal condividere un cibo preparato con amore (confesso: anche i miei salatini hanno fatto la loro figura).

Il tempo scorre veloce, ora è il turno della diraspapigiatrice che separa gli acini dai raspi dell’uva: in un attimo si crea una montagna di raspi e il profumo di Malvasia è forte nell’aria. Ritorniamo in vigna, io con la mia macchina fotografica che sto appoggiando dappertutto: sulle cavagne, sui grappoloni maturi, per terra all’ombra. Essere per un giorno la fotografa ufficiale di una vendemmia mi riempie di felicità: vorrei fissare tutto, raccogliere tutto. Ma qui si raccoglie solo l’uva, il resto resta appeso al tempo e al cuore…

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Dettagli, dettagli e ancora dettagli: mi sorprendo di quanto questo paesaggio sia come quello di un mare in tempesta, continuamente mutevole, incontenibile, agitato, fatto di sfumature che non stanno mai ferme. Quella luce sulle foglie mi è entrata dentro, il continuo gioco tra ombra fresca e sole caldissimo, quell’ondeggiare sinuoso come se ci fosse un soffio costante che fa maturare l’uva. Arriva l’ora del mio ritorno alla vita di città: sono a pochi chilometri da Torino, ma questa vista sulle colline è un’immersione in un altrove che ipnotizza. L’inizio del vino è in ciò che si vede: la terra, la vite, l’aria. Ma la sua storia, quella che mi fa dire “Questo vino mi tocca il cuore”, quella è nei piedi che calpestano la terra, nella vite affaticata e nelle mani stanche, nell’aria bagnata di sole e di pioggia e di canti di una volta.

E io oggi mi sono persa in questa storia, radicata nei tempi più antichi, custodita negli sforzi dell’uomo e riflessa nei palati e nelle suggestioni. Vite e vita, in un giorno e in tutti i giorni in cui noi, bevitori un po’ più attenti, facciamo cadere l’occhio su quel bicchiere, consapevoli della maestosa grandezza di questo mondo divino.

Grazie all’Azienda Vitivinicola Stefano Rossotto di Cinzano per la loro meravigliosa ospitalità!

L’Azienda fa parte delle 182 eccellenze di Torino e provincia selezionate dai MAESTRI DEL GUSTO (Il progetto Maestri dei Gusto di Torino e provincia nasce nel 2002 per volere della Camera di commercio di Torino per selezionare e promuovere le eccellenze enogastronomiche torinesi. La rete si è allargata nel tempo e vede tutti i Maestri impegnati a perseguire una cultura del cibo “buono, pulito e giusto” secondo la filosofia di Slow Food. Per saperne di più, consultate il sito e la pagina Facebook)

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